Logbook of an italian cooperant in Middle East – and elsewhere

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I PEGGIORI di Vincenzo Alfieri (2017)

Napoli. Due fratelli squattrinati, nella speranza di dare alla sorellina tredicenne un futuro migliore, si inventano una insolita attività: armati di maschera di Maradona e Go-Pro, “sputtaneranno” vari furbetti che infestano il Bel Paese, trasformandosi in improbabili eroi a pagamento e diventando in poco tempo trend-topic su Twitter: i #Demolitori.

I Peggiori

C’era una volta Vincenzo Alfieri, regista esordiente che dopo aver visto Batman da bambino, aveva da sempre sognato di girare un film sui supereroi. Ma in Italia, un supereroe “nostrano” che si rispetti, si baserebbe molto più sull’arte di arrangiarsi che sul senso di giustizia. Ecco come è nata la sua eccellente opera prima.

Questa action-comedy forse non avrebbe visto mai la luce se non ci fossero stati i precursori Smetto Quando Voglio e Lo Chiamavano Jeeg Robot, come idea di un “ritorno del cinema di genere” in Italia.

Forse ha un po’ più della comicità slapstick e scalcinata di Smetto quando voglio che un’idea del “giustiziere coatto” di Jeeg (e non c’è alcuna traccia di fantasy qui). Fatto sta che la pellicola è esilarante, protagonisti e comprimari sono in stato di grazia (su tutti la spalla Lino Guanciale, tenetelo d’occhio!), e noi abbiamo riso dall’inizio alla fine. Veramente non male per un’opera prima di genere!

PER CHI AMA IL GUSTO DI: ridere. A crepapelle.

FRASE CULT: Massimo: “Ci hanno rubato lo sterzo! Scommetto che a Batman sti cazzi non je succedono…” Fabrizio: “Ma perchè, secondo te Gotham è più sicura di Napoli?!”

VOTO: 8

I Peggiori 2

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Lu Maritiello – ovvero le serate in terrazza al Quds

https://www.youtube.com/watch?v=P-urDh5XNK4

Lu Maritiello – ovvero la memoria più lampante delle serate in terrazza, a due passi dalla cupola del Santo Sepolcro, nella Città Vecchia di Gerusalemme.

Città Vecchia

Questa canzone è dedicata alle mie cherie!

Cherie


ROOM – di Lenny Abrahamson (2015)

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Immaginate di nascere in una stanza, e restare lì con vostra madre, due sedie, un armadio e una Tv fino al vostro quinto compleanno. E’ appunto quello che è successo al piccolo Jack.

Diciamo subito che questo è un film che non vi lascerà come prima, si tratta di un tornado emozionale che smuove anche i tipi più coriacei. Lenny Abrahamson non ama le storie semplici, preferisce raccontare ferite profonde di individui ai margini di una società incattivita. Lo aveva fatto con ironia in Frank. Con Room rinuncia a scherzarci su, ma accelera con pathos e intensità, senza rinunciare alle caratteristiche tinte indie.

Ovviamente molto si deve alla bravura di Joy, una tribolatissima Brie Larson (che non poteva non aggiudicarsi la sua statuetta dell’Academy) e il piccolo Jacob Tremblay, la vera rivelazione del film. Si parla di un dramma familiare, non solo un rapimento ma l’incubo di educare un bambino dentro quattro mura, con tutto quello che ne consegue. Ed ogni battuta, ogni inquadratura del piccolo Jack è un pugno allo stomaco, non solo perché Ma e Jack sembrano veramente madre e figlio, ma il piccolo attore stupisce per la naturalissima ingenuità che riesce a trasmettere al suo personaggio (anche per questo consigliamo la visione in lingua originale).

Room è un film memorabile, la sceneggiatura, che a tratti ricorda l’intensità di Dancer in the dark di Von Trier, è un altro fiore all’occhiello: il bambino riesce a fuggire da quell’universo parallelo dove credeva che le immagini piatte della Tv provenissero da un altro pianeta. Come se non bastasse, Jack risuscita dalla sua “tomba” operando il miracolo dell’ingenuità, restituendo a mani piene dignità a sua madre. La seconda parte del film è infatti un racconto nel racconto, una pioggia di evocazioni! Jack sembra imbracciare la croce del redentore che, puro in un mondo di egoisti, sacrifica la forza di Sansone nascosta nei suoi capelli, per dare vita a sua madre che ormai non vede più orizzonti positivi.

GUSTO: Moderno mito della caverna in versione melò a incredibile impatto emotivo, per riflettere sulla profondità del dolore ma anche sulle possibilità di vincerlo. Munirsi di kleenex!

SCENA CULT: La fuga dalla Stanza (al cardiopalma!)

FRASE CULT: “Jack non è di nessuno. E’ solo mio!”

VOTO: 9

– Ulysses Everett McGill –

 

Recensione a cura di http://www.facebook.com/Cinegusti/?ref=bookmarks

 

 


Il flusso di coscienza della domenica mattina ammanita / The stream of consciousness on a Sunday morning in Amman

Come ogni domenica, la città si sveglia presto per iniziare il primo giorno lavorativo della settimana – sono tutti più carichi, oggi.

Io no. E allora mi perdo in mille pensieri, l’uno attaccato all’altro, quasi sovrapposti, in un “flusso di coscienza” che mi fa sentire l’Ulysses di Joyce

oggi inizio il corso di arabo e non ho ancora iniziato a ripassare / chissà a che punto saranno a Frascati con la celebrazione del 90º / veramente bella la festa in campagna! / devo sbrigarmi a andare a vedere X-Men, non vedo l’ora / devo sbrigarmi a finire Infinite Jest, altrimenti non lo finirò più / perché Flavia non mi risponde? / chissà che starà facendo ora la mia futura moglie / il paintball mi ha fatto capire come cavolo si sta in guerra, altro che movimento! È solo snervante attesa del nemico! / se vado a Gerusalemme l’ultimo week end di giugno non vado al Sinai, ma se non vado a Gerusalemme, quando li vedo tutti? / Dov’erano andati Cristian e Elisa in viaggio di nozze? / “Hey soul sister, ain’t that mister mister on the radio, stereo the way you move ain’t fair you know” / non la riconosco più / che bello il messaggio di Quincy ieri sera / povero Alberto, era proprio una pietra miliare della nostra famiglia / sto indietrissimo col Master!!! / bisogna organizzare la gita al Wadi Rum / che faccio da mangiare? / piove a Roma!?! e il novantesimo¿?¿? / deciso, vado a fare arabo / “Heeey heeeey heeeeey – Your lipstick stains on the front lobe of my left-side brains“/ deciso, la metto come suoneria.

Like every Sunday, the City wakes early to start the first working day of the week – everybody seems to have more energy today.

I don’t work. Every sunday morning, I get lost in a thousand thoughts, one attached to another, almost overlapping, in a stream of consciousness that makes me feel like Joyce’s Ulysses

today I start the Arabic class, and I have not begun to study yet / I wonder what the scouts are doing now, with the celebration of the 90th year / really nice party in the countryside! / I must hurry to go see X-Men First Class, I can’t wait / I must hurry to finish Infinite Jest, otherwise I’ll never finish it / Flavia, why do not you answer? / I wonder what my future wife is doing right now / Paintball made me ​​me realize how the hell you can feel in war – no movement, it’s just a nerve-wracking waiting for the enemy / if I go to Jerusalem on the last weekend of June I can’t go to Sinai, but if I don’t go to Jerusalem, when will I see my friends again? / Where are Cristian and Elisa supposed to go on their honeymoon?/ “Hey soul sister, ain’t that mister mister on the radio, stereo, the way you move ain’t fair you know” / I can’t recognize her anymore / What a nice message Quincy sent me last night! / poor Albert, he has been a milestone of our family… / I’m  SOOO late with my Masters! / We need to organize the trip to Wadi Rum soon / What will I cook for lunch? / Is it raining in Rome!?! how will they hold the celebration with rain?!? / I decided, I’m going to study Arabic / “Heeeyheeeey heeeeey – Your lipstick stains on the front lobe of my left-side brains” / I decided, I’ll put it as a ringtone.


Gli occhi dell’Oriente

Qualche giorno fa, un’amica che lasciava la Giordania mi ha detto: “Ti invidio perché non hai paura della distanza”.

Non è cosí semplice.

In effetti, ci sono talmente tante cose – persone, luoghi, impressioni, incontri, sapori – che io vedo qui, diverse da quelle a cui siamo abituati, che spesso mi dimentico di raccontare tutto quello che ho visto – e vissuto.

Così ho deciso di farvi vedere tutto quello che mi lascia un segno. E di essere i vostri Occhi dell’Oriente.

A few days ago, a friend who was leaving Jordan told me: “I envy you because you are not afraid of the distance”.

It’s not that simple.

There are so many things – persons, places, impressions, encounters, flavors – that I see here, so differents from the once we usually see. And so often, I forget to tell everything I’ve seen – and lived.

So, I decided to show you anything that leaves me a sign. And to be your Eyes of the East.