Logbook of an italian cooperant in Middle East – and elsewhere

Close Encounters

ARRIVAL – Denis Villeneuve

La linguista di fama mondiale Louis Banks viene reclutata dall’esercito USA quando 12 astronavi appaiono dal nulla in tutto il mondo. Dovrà decifrare il linguaggio alieno e comprendere (e far comprendere a tutti i potenti della Terra) se le loro intenzioni sono pacifiche o meno.

arrival-screenshot

Siamo nel territorio della fantascienza “intimista” (vedi Martian, anche un po’ Gravity) e riflessiva, quella del rapporto privato tra scienziata e alieni (Amy Adams, brava questa sua interpretazione calda e da subito accattivante, e in odore di Oscar 2017 anche per Animali Notturni), che ci ricorda anche Contact: il regista fa fare allo spettatore lo stesso viaggio chef a Louise nella scoperta di questo mondo alieno.

Eppure, questo è un film sul linguaggio, più che sugli alieni. La teoria alla base del film è del filosofo Sapir-Whorf: un determinato linguaggio non offre solo un modo di esprimere i propri pensieri, ma influenza questi stessi pensieri. In altre parole, ogni cultura esprime lo stesso concetto in modo diverso. E questo potrebbe portare a gravi malintesi, se le lingue del mondo (che già poco si comprendono a vicenda) interpretano la lingua aliena ognuna a suo modo.

arrival

Arrival potrebbe essere tacciato come film “derivato” da altri (anche Incontri Ravvicinati, per il tema della comprensione del linguaggio alieno), ma è invece originale nel racconto, anche per immagini, del mondo alieno. Pur citando i classici infatti, è evidente il tentativo stilistico (riuscito) di superare il cliché del contatto con forme di vita intelligente. Grandi pregi insomma (avrà da dire agli Oscar, ci scommettiamo), ma anche una sceneggiatura non sempre equilibrata, con qualche punto morto.

Denis Villeneuve, oltre a essere uno dei registi più interessanti di questi ultimi anni (suoi Prisoners, Sicario, La donna che canta e anche l’interessante Enemy, sul tema del doppio), sembra volerci sorprendere a ogni nuovo film, perchè esplora un mondo totalmente diverso dal precedente.

doppio

PER CHI AMA IL GUSTO DI: Riflettere sul nostro mondo e sull’incomunicabilità della globalizzazione, attraverso le riflessioni indotte da un film che diventerà un classico sci-fi.

SCENA CULT: Il primo ingresso nell’astronave. Dove la forza di gravità cambia. Trovata registica tanto semplice quanto efficacissima.

arrival-2016-screen2

VOTO: 7,5

Cinegusti


Frames of a village meeting

Ieri mattina siamo andati al villaggio di Iraq (provincia di Karak, vicino al Mar Morto), per incontrare i potenziali beneficiari del nostro progetto sull’acqua, e discutere sulle possibili attività che si possono fare nelle loro fattorie.

L’incontro si tiene in una sala dove è solito riunirsi il Consiglio locale. Ci sono una trentina di sedie messe in cerchio (anche qui il cerchio è necessario, come agli scout?), e davanti a 4 sedie (dove si dovranno sedere il capo progetto, il direttore di IFAD Giordania, il capo del Comitato locale e…io) c’é una grande scrivania. Per gli altri, ogni due sedie c’è un tavolino basso, per appoggiare posacenere e bibite.

Non mi metterò a raccontare come si è svolta la riunione. Ma ci sono alcuni loro gesti, che rimandano a una simbologia propria di questi villaggi sperduti, una “ritualità beduina” che sembra perdurare dall’inizio dei tempi:

Ogni persona che entra nella sala ci viene a stringere la mano, ripete tutte le frasi di benvenuto che conosce, e mentre lo fa, neanche mi guarda negli occhi.

Le facce sono serie, come se il momento “ufficiale” richiedesse austerità. Non sorrideranno quasi mai, fino alla fine della riunione.

Anche le parole che vengono dette hanno un tono minaccioso. Per chi non fosse abituato, sembrerebbe che si stessero scannando tra loro. Non è così, è semplicemente il loro modo di parlare. Durante le riunioni, il tono minaccioso rimane anche quando si fa una battuta.

Non può mancare il rituale del caffé (“Sada“, per differenziarlo dal caffè turco): un ragazzo porta la caffettiera con due bicchierini (più piccoli di quelli da caffè che conosciamo noi), e li passa a tutti i presenti. Tutti, a turno, berranno da queste due tazzine. Una volta bevuto il caffè (che alla fine è solo un sorsetto), se si scuote la tazzina vuol dire che basta così, altrimenti verrà versato dell’altro caffè.

Ci sono 4 o 5 ragazzini dagli 11 ai 18 anni, che osservano la riunione seduti in seconda fila. Ogni tanto passano a portare bibite, servire il caffè (questo lo può fare solo il più grande), oppure a portare via i posacenere pieni. Mi chiedo se da adulti ripeteranno gli stessi gesti dei loro parenti, o se la tecnologia li renderà simili a noi.

Solamente all’inizio della riunione stanno tutti zitti: passano cinque minuti, e iniziano a parlare a gruppetti. Neanche la metà dei presenti ascolta quello che si dice.

Mentre si tiene la riunione, una o due persone alla volta si dirigono verso la nostra scrivania, per rivolgerci le domande direttamente. Penso che secondo loro, sia molto più pratico così. Anche perché, una volta che gli viene data una risposta, salutano tutti e lasciano la sala, soddisfatti.

Molti di loro indossano la kefiah, chi bianca e rossa, chi tutta bianca. Ma non ci sono neanche due kefie indossate allo stesso modo: una cade aperta sulle spalle, un’altra è tutta attorcigliata in testa, un’altra ancora termina con due punte, e così via. Sono in tanti ad indossare una tunica (che, come alla kefiah, non è un simbolo islamico), che può essere bianca, grigia o verde. Qualcuno giocherella per tutto il tempo con il rosario islamico (la subha).

Alla fine della riunione riceviamo almeno cinque inviti a pranzo, che rifiutiamo ringraziando, come da copione.

Non ho mai tirato fuori dallo zaino la mia reflex. Ho paura a scattare foto, forse per i loro volti e toni incessantemente accigliati, o magari perché le foto non fanno parte del loro mondo. Ma, sulla strada del ritorno, il capo progetto mi redarguisce per non aver immortalato la riunione, importante ai fini della documentazione. E allora fotografo il cartello “Al Iraq” all’ingresso del villaggio, e immortalo l’essenziale qui.

Yesterday morning we went to the village of Iraq (province of Karak, near the Dead Sea), to meet potential beneficiaries of our water project, and discuss the activities we can implement on their farms.

We met them in a room that the local council uses to have its meetings. There are about thirty chairs arranged in a circle (is the circle here necessary, as it is for the scouts?); in front of four chairs (where the project manager, the Director of IFAD Jordan, the leader of the local Committee and I are supposed to sit) there is a big desk. All the others have small tables, for ashtrays and drinks – there is a small table every two chairs.

I will not write about the meeting. Though, there are some behaviours that refer to a symolism typical of these remote villages, some “Bedouin rituals” that seem to have persisted since the beginning of time:

Every man who comes into the room shakes my hands, repeats all the sentences of welcome he knows, and most of them will not even look into my eyes.

Their faces are serious, as if the “official” moment demands austerity. They keep the same grave face from the beginning to end of the meeting.

Every word pronounced has a threatening tone. For those not familiars with them, it would seem that they are quarrelling. It’s just the way they talk. The threatening tone remains even when someone makes a joke, in a collective meeting.

The coffee ritual (“Sada”, to differentiate it from the turkish coffee) is very important: a boy brings a pot with a small cup, and passes it to all the people. After drinking the coffee, if you shake the cup, it means that you don’t want to drink anymore, if the hand is still holding the cup, the boy pours more coffee.

There are 4 or 5 kids aged between 11 and 18, who observe the meeting sitting in the second row, and occasionally pass bringing drinks, serving coffee (this must be done by the oldest of them), or taking away full ashtrays. I wonder if as adults, they will repeat the same signs of their relatives, or whether technology will make them similar to us.

Only at the beginning of the meeting people listen to the speaker: after 5 minutes they talk in small groups, until the end.

During the meeting, one or two people at a time come to our desk to submit questions directly to us. I think that in their opinion, it’s a much more practical way. If they receive a satisfactory response, they leave the room, satisfied.

Many of them wear the kefiah, some white and red, others just white. But I notice that not two kefiahs are worn in the same way: one falls on the shoulders, another one is all twisted in the head, and so on. Most of the farmers wear a tunic (which is not a religious symbol, and the same goes for the kefiah), which can be white, gray or green. A lot of them keep fiddling with the Islamic rosary (the subha).

At the end of the meeting, we receive at least five invitations to lunch at their houses, which we reject with thanks, as expected.

I held the camera in my backpack. I was afraid to take pictures, perhaps because their faces are constantly frowning, or maybe because the photos are not part of their world. But when we left the centre, the project manager scolded me for not having captured the meeting (“everything should be recorded”, he says). So, I took a picture of the sign “Iraq” at the entrance of the village, and I immortalized the essentials frames here.


Metti una mattina dal barbiere… / Lavender, for men

Per la gioia di Laura, oggi ho deciso di farmi la (semi)boccia. E cosí sono andato vicino casa, dove di solito c’é un ragazzo silenzioso e svelto, che in 10 minuti lava, taglia, rasa e ti manda a casa per modici 5 JD (=4,94€, prezzo standard in Giordania).

E invece trovo un energumeno (non che manchino a Amman, i ragazzi sono ossessionati dal bodybuilding – e anche dagli steroidi, evidentemente), con una intonazione della voce acuta, troppo acuta, probabilmente voluta (non scarseggiano neanche i gay ad Amman), il quale, appena scopre che sono italiano, va letteralmente in brodo di giuggiole.

Comincia a creare parole senza senso, con un’intonazione “all’italiana” (il che lo fa sembrare ancora più gay), mi chiede come si dice questa e quell’altra parola in italiano, solo per il gusto di pronunciarla con le vocali apertissime, e infine si mette a cantare a squarciagola “L’italiano” di Cutugno. E non smette più fino alla fine.

La mattinata “ttaliàna” si conclude con caffè di rito (guai a rifiutarlo), scambio di cellulari (“chiamami a qualsiasi ora, così ti dico se c’é gente o no” – da notare il fatto che ero l’unico cliente…), bis di “Ttaliàno Vèro”, e per finire un appello: “Quando torni in Italia, dì a tutti i tuoi amici di venire a tagliarsi i capelli qui!”. “Senz’altro: sarà la prima cosa che farò appena sceso dall’aereo.” Capito, lauré?

‘LAVENDER – FOR MEN’, segnatelo.

To the delight of Laura, I decided to cut my hair. So I went near the house, where there is usually a quiet boy, very fast, who takes 10 minutes to wash, cut, shave, for just 5 JD (= € 4.94, standard price in Jordan).

But I find a bodybuilder (here in Amman, guys are obsessed with bodybuilding – and also steroids, apparently), with a high-pitched voice, too sharp, maybe intentional, and when he finds out that I am Italian, he is literally tickled pink.

Hani (that’s his name) starts creating nonsense words with “Italian” intonation (which makes him look even more gay), he asks me how to say this and how to say that in italian, just for the fun of saying it with the vowels wide open, and then he sings loudly “Italian” by Toto Cutugno. Until he finishes the haircut.

The “ttaliàno” morning ends with a ritual coffee (woe begone if you reject it!), exchange of mobile phone numbers (“call me any time, so I’ll tell you if the shop is empty or not” – note that I was the only customer…), encore of the song “Ttaliàno vero”, and a final appeal: “When you go back to Italy, tell all your friends to come here for a haircut!“. It will be the first thing I do, when I get off the plane.

Got it, Laura? ‘LAVENDER – FOR MEN’, write it down.