Logbook of an italian cooperant in Middle East – and elsewhere

Cinema

INDIVISIBILI di Edoardo De Angelis (2016)

 

Castel Volturno, “Tra Napoli e Caserta, Italia meridionale”. Viola e Daisy sono due gemelle siamesi con un talento canoro, che si esibiscono a svariate cerimonie locali (anche religiose) sostentando così la loro famiglia. Un giorno scoprono che si potrebbero dividere, e niente sarà più come prima.

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Sull’onda della quasi-rinascita del cinema italiano degli ultimi anni, la visione di questa pellicola (già vincitrice di molti premi in Italia e all’estero) è imprescindibile. Con una semplicità impressionante, ci scava letteralmente dentro e si sedimenta a lungo, parlandoci di un luogo specifico, in bilico tra la bellezza e la bruttezza – la “terra appicciata” di Castel Volturno; e di due sorelle “speciali” che appena vedono una scappatoia, hanno l’ardire di essere normali. Scontrandosi così non solo con la loro famiglia, ma anche con una realtà territoriale che ha ben poco da offrire a chi ci vive e ci lotta quotidianamente per tirare avanti. E dove forse l’unico riscatto possibile è fuggire.

Un peccato che questo film non sia stato scelto per rappresentare l’Italia agli Oscar. Ma si sa, i film possono avere varie vite, e noi gli auguriamo di averne il più possibile.

PER CHI AMA IL GUSTO DI: Scoprire la rinascita del cinema italiano grazie a un soggetto molto originale e toccante allo stesso tempo, e a due giovani interpreti realistiche e indimenticabili.

FRASE CULT: “Neanche Santa Chiara sapeva di essere santa. E invece poi…” “Santa Chiara però nun ha campato tutt’a vita azzeccata a Santa Lucia!”

CANZONE CULT: Titoli di coda: “Abbi pieta di noi” di Enzo Avitabile, un inno neomelodico che pennella alla perfezione la bellezza martoriata di quelle terre. In generale, tutta la colonna sonora è eccezionale ed è stata giustamente premiata in vari festival.

Altre canzoni del film:

VOTO: 8

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WAR MACHINE di David Michod (2017 – Solo su Netflix!)

War Machine

Afghanistan, 2008. Brad Pitt produce e interpreta la semi-biografia di un pluridecorato generale a capo delle forze NATO, con non pochi problemi di personalità e alle prese con la chiusura dei fondi bellici da parte del governo americano.

Due note: la prima è che, ad oggi, War Machine è il film più costoso mai realizzato da Netflix (60 milioni di dollari). La seconda è che regista e sceneggiatore è quel David Michod della straordinaria sorpresa Animal Kingdom, e del gradevole ma quasi invisibile The Rover (con un bravissimo Robert Pattinson nei panni di un autistico).

Avevamo già visto Brad Pitt interpretare militari un po’ anomali (Inglorious Basterds ma anche un po’ Fury). Qui la star gigioneggia senza limiti in una pellicola che sembra una commedia dell’assurdo, e invece è ispirata alla vera storia di un generale silurato da Obama, ben documentata da un articolo del Rolling Stones che costò il posto al veterano.

Insomma un film che vorrebbe denunciare la pazza macchina da guerra statunitense, attraverso interpretazioni sopra le righe (vedere anche Tilda Swinton e Ben Kingsley per credere) e risate tra i denti. L’intenzione è buona ma a Pitt, Michod (finora regista indipendente, alla sua prima prova da blockbuster) e Netflix li rimandiamo comunque a settembre: film carino ma non indimenticabile.

PER CHI AMA IL GUSTO DI: Scoprire il lato oscuro dell’apparato bellico in una maniera comica e surreale.

FRASE CULT: “Non si può fare un’omelette senza rompere almeno un paio di uova…”

SCENA CULT: La diretta TV durante la quale il generale ammette di non aver praticamente quasi mai visto il presidente USA.

VOTO: 5

War Machine


STEVE JOBS di Danny Boyle (2015)

La vita di Steve Jobs durante tre lanci di alcuni dei prodotti più importanti di questi ultimi decenni. Nel caotico dietro le quinte dei lanci, lo vediamo incontrarsi e scontrarsi con familiari, amici/nemici e giornalisti.
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La vita di uno dei geni del nostro secolo era di per se’ molto interessante (consigliamo di leggere l’unica biografia autorizzata di Jobs, scritta da Walter Isaacson, dal quale questo film prende spunto). Qui l’idea del pluripremiato sceneggiatore Aaron Sorkin è altrettanto geniale: per non annoiarci con la solita vita tout court, Sorkin condensa il tutto in pochi momenti chiave, tre semi-pianisequenza che ci fanno solamente intuire tutto quello che c’era dietro il personaggio Jobs, come fosse la punta dell’iceberg. Michael Fassbender è il vero mattatore nel ruolo di un artista che più che creatore (cosa che lo ha fatto scontrare più volte con il ‘vero’ creatore dei programmi Mac, ottimamente intepretato da Seth Rogen) è un direttore d’orchestra, con moltissimi limiti (era anaffettivo, arrogante, puntiglioso fino allo sfinimento) ma con il pregio di aver innovato i nostri tempi come pochissimi altri.
Insomma, da Oscar sia la sceneggiatura che il cast (anche Kate Winslet è stata plurinominata nel ruolo dell’assistente di Jobs, una delle poche persone in gradi di tenergli testa), ma anche un design perfetto nella messinscena, che non sarebbe affatto dispiaciuto al compianto Steve. Un film da non perdere.
PER CHI AMA IL GUSTO DI: entrare nel backstage di una delle vite più interessanti della nosta epoca.
FRASE CULT: “Gli orchestrali suonano gli strumenti. Io suono l’orchestra.”
VOTO: 7

I PEGGIORI di Vincenzo Alfieri (2017)

Napoli. Due fratelli squattrinati, nella speranza di dare alla sorellina tredicenne un futuro migliore, si inventano una insolita attività: armati di maschera di Maradona e Go-Pro, “sputtaneranno” vari furbetti che infestano il Bel Paese, trasformandosi in improbabili eroi a pagamento e diventando in poco tempo trend-topic su Twitter: i #Demolitori.

I Peggiori

C’era una volta Vincenzo Alfieri, regista esordiente che dopo aver visto Batman da bambino, aveva da sempre sognato di girare un film sui supereroi. Ma in Italia, un supereroe “nostrano” che si rispetti, si baserebbe molto più sull’arte di arrangiarsi che sul senso di giustizia. Ecco come è nata la sua eccellente opera prima.

Questa action-comedy forse non avrebbe visto mai la luce se non ci fossero stati i precursori Smetto Quando Voglio e Lo Chiamavano Jeeg Robot, come idea di un “ritorno del cinema di genere” in Italia.

Forse ha un po’ più della comicità slapstick e scalcinata di Smetto quando voglio che un’idea del “giustiziere coatto” di Jeeg (e non c’è alcuna traccia di fantasy qui). Fatto sta che la pellicola è esilarante, protagonisti e comprimari sono in stato di grazia (su tutti la spalla Lino Guanciale, tenetelo d’occhio!), e noi abbiamo riso dall’inizio alla fine. Veramente non male per un’opera prima di genere!

PER CHI AMA IL GUSTO DI: ridere. A crepapelle.

FRASE CULT: Massimo: “Ci hanno rubato lo sterzo! Scommetto che a Batman sti cazzi non je succedono…” Fabrizio: “Ma perchè, secondo te Gotham è più sicura di Napoli?!”

VOTO: 8

I Peggiori 2


SCAPPA – GET OUT di Jordan Peele (2017)

Un giovane afro-americano viene presentato alla famiglia di lei nella di lei casa d’infanzia, in mezzo ai monti. I genitori sono apparentemente aperti e felici per la nuova coppietta. Peccato che stiano arrivando tutti i parenti WASP che hanno rituali familiari molto molto antichi…

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Successo al botteghino americano, forse aiutato in questo dall’originale binomio “horror a sfondo razziale”. Noi diremmo anche stile “parenti strani che vivono isolati”, alla The Visit per intenderci. Il film parte molto bene, mantiene il giusto equilibrio tra la commedia intergenerazionale/interrazziale (il regista ha ammesso di essersi ispirato a “Indovina chi viene a cena?”) e una serie di scoperte sempre più inquietanti, che vengono centellinate dal regista fino alla grande festa del parentado. Dopo di che, quando le carte vengono scoperte, purtroppo il tutto ha un po’ il sapore del già visto, soprattutto se messo a confronto con alcuni degli ultimi Black Mirror.

Film nel complesso godibile, con qualche trovata intelligente e un buon protagonista maschile e della spalla comica, l’amico che si mette sulle sue tracce (mediocre invece la scelta della ragazza e dei suoi familiari).

PER CHI AMA IL GUSTO DI: scoprire scheletri nell’armadio sui propri partners e soprattutto le rispettive famiglie.

SCENA CULT: La grande festa WASP, con colpo di scena finale (non guardate il trailer se non volete spoiler!).

VOTO: 6

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SMETTO QUANDO VOGLIO – MASTERCLASS di Sydney Sibilia (2017)

Il secondo capitolo di “Smetto quando voglio” inizia esattamente doveva ci aveva lasciato: il neurobiologo Pietro si trova dietro le sbarre e riceve la visita della sua compagna e del suo bimbo. E poi un geniale flashbak ci riporta al momento dell’incidente e del seguente interrogatorio della polizia che aveva dato una battuta d’arresto all’attività della banda. Ma Pietro, con l’aiuto o piuttosto l’ordine della poliziotta Coletti, riuscirà a rimettere insieme il suo gruppo di ricercatori, questa volta con un fine “legale”: cercare di fermare le smart drugs che ancora non sarebbero illegali, per poter tornare finalmente liberi.

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Ecco a voi il film italiano dell’anno. E non è il solito drammone sociale, né un’elucubrazione d’autore, e neppure la furbetta commedia-cinepanettone. Qui si guarda da una parte alla “pancia” degli spettatori italiani, e dall’altra alla serialità americana, ovvero a nientepopodimeno che a “Ritorno al futuro”: l’obiettivo – riuscito – è far ridere in modo geniale, lasciando lo spettatore in sospeso in attesa del finale, e nel frattempo inserendo una serie di gag esilaranti che già ci avevano già convinto ampiamente la prima volta, con l’aggiunta di icone surreali-cartoonesche e citazioni varie che riescono a creare un linguaggio fresco e accattivante, che fanno venir voglia di “ancora, e ancora”.

Noi puntiamo tutto su questo sequel, estremamente divertente ma che non si discosta dalla nostra realtà, insomma il giusto mix che ci fa ridere e sognare allo stesso tempo. In attesa di vedere i nostril sgangherati eroi ancora in azione, nell’imminente gran finale (anticipato proprio durante i titoli di coda).

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PER CHI AMA IL GUSTO DI: ridere a crepapelle, a metà tra la commedia italiana di buona qualità e l’action-comedy americana.

SCENA CULT: Su tutte, l’inseguimento del treno: rarissimo vedere una scena così nel cinema italiano – non a caso ha richiesto ben 15 giorni di riprese. Un tempismo di azione e comicità che non ha pari.

FRASE CULT: “Ommioddio. Ho distrutto una Colonna ionica dell’epoca di Adriano. Uccidetemiiiiiii!!” (urlato dall’archeologo Paolo Calabresi, risate e applausi a scena aperta).

BRANO CULT: A better son/daughter” di Rino Kiley. Canzone perfetta per un finale perfetto: brano in crescendo, una specie di marcetta militare che è l’accompagnamento ideale a quanto sta succedendo, che in parte ci aspettavamo, ma non del tutto.

VOTO: 9

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ARRIVAL – Denis Villeneuve

La linguista di fama mondiale Louis Banks viene reclutata dall’esercito USA quando 12 astronavi appaiono dal nulla in tutto il mondo. Dovrà decifrare il linguaggio alieno e comprendere (e far comprendere a tutti i potenti della Terra) se le loro intenzioni sono pacifiche o meno.

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Siamo nel territorio della fantascienza “intimista” (vedi Martian, anche un po’ Gravity) e riflessiva, quella del rapporto privato tra scienziata e alieni (Amy Adams, brava questa sua interpretazione calda e da subito accattivante, e in odore di Oscar 2017 anche per Animali Notturni), che ci ricorda anche Contact: il regista fa fare allo spettatore lo stesso viaggio chef a Louise nella scoperta di questo mondo alieno.

Eppure, questo è un film sul linguaggio, più che sugli alieni. La teoria alla base del film è del filosofo Sapir-Whorf: un determinato linguaggio non offre solo un modo di esprimere i propri pensieri, ma influenza questi stessi pensieri. In altre parole, ogni cultura esprime lo stesso concetto in modo diverso. E questo potrebbe portare a gravi malintesi, se le lingue del mondo (che già poco si comprendono a vicenda) interpretano la lingua aliena ognuna a suo modo.

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Arrival potrebbe essere tacciato come film “derivato” da altri (anche Incontri Ravvicinati, per il tema della comprensione del linguaggio alieno), ma è invece originale nel racconto, anche per immagini, del mondo alieno. Pur citando i classici infatti, è evidente il tentativo stilistico (riuscito) di superare il cliché del contatto con forme di vita intelligente. Grandi pregi insomma (avrà da dire agli Oscar, ci scommettiamo), ma anche una sceneggiatura non sempre equilibrata, con qualche punto morto.

Denis Villeneuve, oltre a essere uno dei registi più interessanti di questi ultimi anni (suoi Prisoners, Sicario, La donna che canta e anche l’interessante Enemy, sul tema del doppio), sembra volerci sorprendere a ogni nuovo film, perchè esplora un mondo totalmente diverso dal precedente.

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PER CHI AMA IL GUSTO DI: Riflettere sul nostro mondo e sull’incomunicabilità della globalizzazione, attraverso le riflessioni indotte da un film che diventerà un classico sci-fi.

SCENA CULT: Il primo ingresso nell’astronave. Dove la forza di gravità cambia. Trovata registica tanto semplice quanto efficacissima.

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VOTO: 7,5

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