Logbook of an italian cooperant in Middle East – and elsewhere

Archivio per giugno, 2011

Un weekend da beduini / A Bedouin weekend

Takhrieh, ya takhrieh…takhrieh, ya takhrieh…

Si potrebbe tradurre con “venite… venite…” il richiamo che nella notte stellata si alza dal gruppo di beduini, che invita a ballare i nove ospiti del loro accampamento, partiti insieme  alla volta del deserto del Wadi Rum ‘un po’ per caso, un po’ per desiderio’.

Ceniamo con pollo cucinato alla trappeur sotto un cielo che, nel momento in cui la luna scompare dietro le montagne , si tappezza di migliaia, milioni di stelle. I beduini che ci accompagnano in quest’avventura iniziano a cantare e a ballare, all’inizio a bassa voce e con movimenti appena accennati, poi a voce più alta, e la danza diventa sempre più energica, finché noialtri, ipnotizzati dalla danza e dal fuoco, uno alla volta ci uniamo al coro. Il canto cresce di intensità e di velocità, e arrivato al culmine, si abbassa fino a spegnersi. Come il fuoco che era servito per cocinare il pollo e per bollire il thè alla salvia.

Amjad, il beduino più anziano, ci spiega che di solito questa danza viene eseguita durante le nozze di due membri della tribù. In realtà, è proprio alla fine della danza che la promessa sposa scopre chi sarà suo marito, una volta che suo padre, togliendole il velo dalla faccia (fino ad allora era rimasta coperta durante tutto il ballo), le indica il futuro consorte. Amjad rassicura le ragazze, precisando che la sposa può anche rifiutare di sposarsi se il promesso non le piace (ma la percentuale è bassissima, perché “ovviamente” si fidano della persona scelta dalla propria famiglia).

La danza matrimoniale è la prima di una serie di usanze beduine che Amjad e i suoi uomini ci illustreranno durante i due giorni nel deserto. Tra le altre, il sostegno fondamentale che i beduini ricevono dai cammelli – in termini di orientamento, ricerca di sorgenti d’acqua, spostamenti, nutrimento. Oppure la crema che ricavano pestando delle erbe, dalla quale ricavano medicinali, nutrimento, sapone, a seconda delle esigenze. O ancora, le lotte per la conquista delle fonti acquifere, durante le quali tocca alle donne pascolare le greggi, riducendo in tal modo il rischio che vengano attaccate (la donna è considerata intoccabile, la tribù nemica non le farà del male). E poi, i riti di iniziazione per i giovani beduini, che devono scendere da dirupi scoscesi stando in piedi e senza potersi aggrappare.

E ancora: l’abbigliamento tipico, con gli inseparabili sandali; l’ospitalità nei confronti degli stranieri, valore sacro fin da prima che arrivassero i primi gruppi di turisti; l’orgoglio di vivere in un luogo che storicamente é stato una importante rotta commerciale (di qui ci sono passati greci, romani, nabatei, mercanti arabi e persiani, egiziani, indiani).

Siamo due mondi diversi, senza dubbio. Ma quel suono gutturale, che, seppur incomprensibile, riesce a ipnotizzarci e a trascinarci nella loro danza; quella condivisione dei pasti e del thè, di una gita nel deserto, di una serata passata a risolvere indovinelli e ad ascoltare storie; quegli sguardi di complicità che mostrano quando li salutiamo, prima di ripartire. Tutte sensazioni che dimostrano che possiamo anche avere modi di fare completamente differenti, ma dormiamo tutti sotto lo stesso immenso cielo stellato.

Questo già lo sapevo. Ma nella notte del deserto è tutto molto più chiaro.

“…quante stelle, quante stelle, dimmi tu la mia qual è”.

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Takhrieh, ya takhrieh…takhrieh, ya takhrieh…

Could be translated as “Join us…join us…” the call that gets up in the starry night by a group of Bedouins, who invite their nine guests to dance, a group who decided to spend two days in the desert of Wadi Rum ‘a little by chance, a little by desire’.

We have dinner with chicken grilled on the fire under a sky that, when the moon disappears behind the mountains, is filled with thousands, millions of stars. The Bedouins who accompany us in this adventure start singing and dancing, at the beginning with a low voice, then more loudly, and the dance becomes more energetic until all of us, hypnotized by the dancing and the fire , join the chorus. The song grows in intensity and speed, and once it reaches the peak, it drops until the end. Like the fire used for the chicken and the sage tea.

Amjad, the elder Bedouin, explains that this dance is usually performed during the wedding of the members of the tribe. Actually, it’s  only at the end of the dance that the bride discovers who her husband will be, once his father, taking away the veil from her face (until then, she had been covered during the dance), shows her the guy. Amjad assures us that the bride may also refuse to get married if she doesn’t like the guy (although the percentage is very low, because “obviously” they trust their family’s choice).

The dance is the first of a series of Bedouin rituals that Amjad and his men show us. Among others, the crucial support that they receive from camels – in terms of orientation, quest for water sources, travel, food. Or the cream that derives from a desert herb, from which they get medicines, food, soap, depending on their needs. Or again, the struggle for the conquest of water oasis, during which only women can guide the flocks, thus reducing the risk of being attacked (the woman is considered untouchable, the enemy tribe would never touch her). And also, the initiation rites for a young Bedouin, who has to climb steep cliffs without hands.

And again, their typical dress, with the inseparable sandals; the hospitality towards foreigners, a sacred value since long before the arrival of the first groups of tourists; the pride of living in a place that has always been an important trade route (for Greeks, Romans, Nabataeans, Arabs and Persians, Egyptians, Indians).

We are two different worlds, definitely. But that guttural sound which, though unintelligible, hypnotizes and draws us into their dance, the sharing of various experiences, those glances of complicity that show when we say goodbye to them. All feelings that show me that we can also have completely different ways of life, but we all sleep under the same vast starry sky.

I knew it already. But in the desert night, everything is much clearer.

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Frames of a village meeting

Ieri mattina siamo andati al villaggio di Iraq (provincia di Karak, vicino al Mar Morto), per incontrare i potenziali beneficiari del nostro progetto sull’acqua, e discutere sulle possibili attività che si possono fare nelle loro fattorie.

L’incontro si tiene in una sala dove è solito riunirsi il Consiglio locale. Ci sono una trentina di sedie messe in cerchio (anche qui il cerchio è necessario, come agli scout?), e davanti a 4 sedie (dove si dovranno sedere il capo progetto, il direttore di IFAD Giordania, il capo del Comitato locale e…io) c’é una grande scrivania. Per gli altri, ogni due sedie c’è un tavolino basso, per appoggiare posacenere e bibite.

Non mi metterò a raccontare come si è svolta la riunione. Ma ci sono alcuni loro gesti, che rimandano a una simbologia propria di questi villaggi sperduti, una “ritualità beduina” che sembra perdurare dall’inizio dei tempi:

Ogni persona che entra nella sala ci viene a stringere la mano, ripete tutte le frasi di benvenuto che conosce, e mentre lo fa, neanche mi guarda negli occhi.

Le facce sono serie, come se il momento “ufficiale” richiedesse austerità. Non sorrideranno quasi mai, fino alla fine della riunione.

Anche le parole che vengono dette hanno un tono minaccioso. Per chi non fosse abituato, sembrerebbe che si stessero scannando tra loro. Non è così, è semplicemente il loro modo di parlare. Durante le riunioni, il tono minaccioso rimane anche quando si fa una battuta.

Non può mancare il rituale del caffé (“Sada“, per differenziarlo dal caffè turco): un ragazzo porta la caffettiera con due bicchierini (più piccoli di quelli da caffè che conosciamo noi), e li passa a tutti i presenti. Tutti, a turno, berranno da queste due tazzine. Una volta bevuto il caffè (che alla fine è solo un sorsetto), se si scuote la tazzina vuol dire che basta così, altrimenti verrà versato dell’altro caffè.

Ci sono 4 o 5 ragazzini dagli 11 ai 18 anni, che osservano la riunione seduti in seconda fila. Ogni tanto passano a portare bibite, servire il caffè (questo lo può fare solo il più grande), oppure a portare via i posacenere pieni. Mi chiedo se da adulti ripeteranno gli stessi gesti dei loro parenti, o se la tecnologia li renderà simili a noi.

Solamente all’inizio della riunione stanno tutti zitti: passano cinque minuti, e iniziano a parlare a gruppetti. Neanche la metà dei presenti ascolta quello che si dice.

Mentre si tiene la riunione, una o due persone alla volta si dirigono verso la nostra scrivania, per rivolgerci le domande direttamente. Penso che secondo loro, sia molto più pratico così. Anche perché, una volta che gli viene data una risposta, salutano tutti e lasciano la sala, soddisfatti.

Molti di loro indossano la kefiah, chi bianca e rossa, chi tutta bianca. Ma non ci sono neanche due kefie indossate allo stesso modo: una cade aperta sulle spalle, un’altra è tutta attorcigliata in testa, un’altra ancora termina con due punte, e così via. Sono in tanti ad indossare una tunica (che, come alla kefiah, non è un simbolo islamico), che può essere bianca, grigia o verde. Qualcuno giocherella per tutto il tempo con il rosario islamico (la subha).

Alla fine della riunione riceviamo almeno cinque inviti a pranzo, che rifiutiamo ringraziando, come da copione.

Non ho mai tirato fuori dallo zaino la mia reflex. Ho paura a scattare foto, forse per i loro volti e toni incessantemente accigliati, o magari perché le foto non fanno parte del loro mondo. Ma, sulla strada del ritorno, il capo progetto mi redarguisce per non aver immortalato la riunione, importante ai fini della documentazione. E allora fotografo il cartello “Al Iraq” all’ingresso del villaggio, e immortalo l’essenziale qui.

Yesterday morning we went to the village of Iraq (province of Karak, near the Dead Sea), to meet potential beneficiaries of our water project, and discuss the activities we can implement on their farms.

We met them in a room that the local council uses to have its meetings. There are about thirty chairs arranged in a circle (is the circle here necessary, as it is for the scouts?); in front of four chairs (where the project manager, the Director of IFAD Jordan, the leader of the local Committee and I are supposed to sit) there is a big desk. All the others have small tables, for ashtrays and drinks – there is a small table every two chairs.

I will not write about the meeting. Though, there are some behaviours that refer to a symolism typical of these remote villages, some “Bedouin rituals” that seem to have persisted since the beginning of time:

Every man who comes into the room shakes my hands, repeats all the sentences of welcome he knows, and most of them will not even look into my eyes.

Their faces are serious, as if the “official” moment demands austerity. They keep the same grave face from the beginning to end of the meeting.

Every word pronounced has a threatening tone. For those not familiars with them, it would seem that they are quarrelling. It’s just the way they talk. The threatening tone remains even when someone makes a joke, in a collective meeting.

The coffee ritual (“Sada”, to differentiate it from the turkish coffee) is very important: a boy brings a pot with a small cup, and passes it to all the people. After drinking the coffee, if you shake the cup, it means that you don’t want to drink anymore, if the hand is still holding the cup, the boy pours more coffee.

There are 4 or 5 kids aged between 11 and 18, who observe the meeting sitting in the second row, and occasionally pass bringing drinks, serving coffee (this must be done by the oldest of them), or taking away full ashtrays. I wonder if as adults, they will repeat the same signs of their relatives, or whether technology will make them similar to us.

Only at the beginning of the meeting people listen to the speaker: after 5 minutes they talk in small groups, until the end.

During the meeting, one or two people at a time come to our desk to submit questions directly to us. I think that in their opinion, it’s a much more practical way. If they receive a satisfactory response, they leave the room, satisfied.

Many of them wear the kefiah, some white and red, others just white. But I notice that not two kefiahs are worn in the same way: one falls on the shoulders, another one is all twisted in the head, and so on. Most of the farmers wear a tunic (which is not a religious symbol, and the same goes for the kefiah), which can be white, gray or green. A lot of them keep fiddling with the Islamic rosary (the subha).

At the end of the meeting, we receive at least five invitations to lunch at their houses, which we reject with thanks, as expected.

I held the camera in my backpack. I was afraid to take pictures, perhaps because their faces are constantly frowning, or maybe because the photos are not part of their world. But when we left the centre, the project manager scolded me for not having captured the meeting (“everything should be recorded”, he says). So, I took a picture of the sign “Iraq” at the entrance of the village, and I immortalized the essentials frames here.


One year ago…

Esattamente un anno fa, i miei genitori tornavano a casa, dopo aver passato una settimana qui in Giordania. Non mi sono mai sentito così solo in vita mia, come quei giorni.

Un anno fa, avevo pochissimi amici ad Amman – cinque? sei? – e passavo le mie serate vedendomi film al computerino (mitico “netbook”) mentre cenavo.

Un anno fa, Shakira (quanti post ci siamo passati noi scout, sulla copia del “nostro” ban Zamina?) e K’Naan ci facevano entrare nella febbre del Mondiale.

Un anno fa, stavo andando per la seconda volta in vita mia a Gerusalemme. Non avevo nessuna intenzione di andare dopo la prima brutta esperienza. Ma la mia capa Bárbara mi ci ha quasi trascinato. E da quel momento la mia percezione della Città Santa sarebbe cambiata totalmente.

Un anno fa, insieme alla mia visione di Gerusalemme, la mia vita stava per prendere una piega totalmente inaspettata.

Ma esattamente un anno fa, non mi sarei immaginato niente di tutto ciò. Nemmeno che questa canzone, involontariamente, mi avrebbe accompagnato verso una nuova vita.

Exactly one year ago, my parents went home after spending a week here in Jordan. In my entire life, I had never felt so lonely as in those days.

One year ago, I had very few friends in Amman – five? six? – and I used to spend my nights watching movies  with my netbook while having dinner.

One year ago, Shakira (how many posts we scouts wrote about the fact that she had copied “our” dance Zamina!) and K’Naan made ​​us get into the World Cup fever.

One year ago, I was going to Jerusalem for the second time. I didn’t want to go, after a bad experience. But my boss Bárbara practically dragged me there. And, from that moment, my perception of the Holy City would be totally changed.

One year ago, with my vision of Jerusalem, my life was about to take a completely unexpected turn.

But exactly one year ago, I would not have imagined anything like this. Not even this song,  which unintentionally accompanied me to a new life.


Il flusso di coscienza della domenica mattina ammanita / The stream of consciousness on a Sunday morning in Amman

Come ogni domenica, la città si sveglia presto per iniziare il primo giorno lavorativo della settimana – sono tutti più carichi, oggi.

Io no. E allora mi perdo in mille pensieri, l’uno attaccato all’altro, quasi sovrapposti, in un “flusso di coscienza” che mi fa sentire l’Ulysses di Joyce

oggi inizio il corso di arabo e non ho ancora iniziato a ripassare / chissà a che punto saranno a Frascati con la celebrazione del 90º / veramente bella la festa in campagna! / devo sbrigarmi a andare a vedere X-Men, non vedo l’ora / devo sbrigarmi a finire Infinite Jest, altrimenti non lo finirò più / perché Flavia non mi risponde? / chissà che starà facendo ora la mia futura moglie / il paintball mi ha fatto capire come cavolo si sta in guerra, altro che movimento! È solo snervante attesa del nemico! / se vado a Gerusalemme l’ultimo week end di giugno non vado al Sinai, ma se non vado a Gerusalemme, quando li vedo tutti? / Dov’erano andati Cristian e Elisa in viaggio di nozze? / “Hey soul sister, ain’t that mister mister on the radio, stereo the way you move ain’t fair you know” / non la riconosco più / che bello il messaggio di Quincy ieri sera / povero Alberto, era proprio una pietra miliare della nostra famiglia / sto indietrissimo col Master!!! / bisogna organizzare la gita al Wadi Rum / che faccio da mangiare? / piove a Roma!?! e il novantesimo¿?¿? / deciso, vado a fare arabo / “Heeey heeeey heeeeey – Your lipstick stains on the front lobe of my left-side brains“/ deciso, la metto come suoneria.

Like every Sunday, the City wakes early to start the first working day of the week – everybody seems to have more energy today.

I don’t work. Every sunday morning, I get lost in a thousand thoughts, one attached to another, almost overlapping, in a stream of consciousness that makes me feel like Joyce’s Ulysses

today I start the Arabic class, and I have not begun to study yet / I wonder what the scouts are doing now, with the celebration of the 90th year / really nice party in the countryside! / I must hurry to go see X-Men First Class, I can’t wait / I must hurry to finish Infinite Jest, otherwise I’ll never finish it / Flavia, why do not you answer? / I wonder what my future wife is doing right now / Paintball made me ​​me realize how the hell you can feel in war – no movement, it’s just a nerve-wracking waiting for the enemy / if I go to Jerusalem on the last weekend of June I can’t go to Sinai, but if I don’t go to Jerusalem, when will I see my friends again? / Where are Cristian and Elisa supposed to go on their honeymoon?/ “Hey soul sister, ain’t that mister mister on the radio, stereo, the way you move ain’t fair you know” / I can’t recognize her anymore / What a nice message Quincy sent me last night! / poor Albert, he has been a milestone of our family… / I’m  SOOO late with my Masters! / We need to organize the trip to Wadi Rum soon / What will I cook for lunch? / Is it raining in Rome!?! how will they hold the celebration with rain?!? / I decided, I’m going to study Arabic / “Heeeyheeeey heeeeey – Your lipstick stains on the front lobe of my left-side brains” / I decided, I’ll put it as a ringtone.


Samir, la residenza e il relativismo delle figlie femmine / Samir, my residence permit and the relativism of daughters

Stamattina ero al commissariato per rinnovare il mio permesso annuale di residenza – tra l’altro nella foto sono ancora più irriconoscibile del permesso precedente.

Samir, simpatico guardiano del Terra Santa College, mi ha gentilmente accompagnato, nonostante oggi la scuola sia chiusa per la festa dell’Ascensione.

Mi stava parlando di suo figlio di 14 anni, e alla mia domanda se abbia figlie femmine, ha risposto: “Purtroppo no, ho solo due figli maschi. Avrei di gran lunga preferito avere almeno una femmina! Dio solo sa quanti problemi in più danno alle famiglie i maschi, soprattutto in età adolescenziale…le figlie invece sono molto più semplici da gestire”.

Provo a immaginare la stessa risposta data da una famiglia occidentale. No way. Tutto è relativo, anche avere figlie femmine.

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This morning I went to the police station to renew my annual residence permit – this picture is even more unrecognizable than the previous one.

Samir, the attendant of the Terra Sancta College, kindly accompanied me, even though the college is closed for the Ascension Day.

He was talking about his 14 year son, and I asked him whether he had daughters. He replied:”Unfortunately no, I only have two sons. I would have much preferred to have at least one daughter! Sons give so many troubles to their poor parents…Daughters are much easier to manage.”

I try to imagine the same response given by a Western family. No way. Everything is relative, also having daughters.


Metti una mattina dal barbiere… / Lavender, for men

Per la gioia di Laura, oggi ho deciso di farmi la (semi)boccia. E cosí sono andato vicino casa, dove di solito c’é un ragazzo silenzioso e svelto, che in 10 minuti lava, taglia, rasa e ti manda a casa per modici 5 JD (=4,94€, prezzo standard in Giordania).

E invece trovo un energumeno (non che manchino a Amman, i ragazzi sono ossessionati dal bodybuilding – e anche dagli steroidi, evidentemente), con una intonazione della voce acuta, troppo acuta, probabilmente voluta (non scarseggiano neanche i gay ad Amman), il quale, appena scopre che sono italiano, va letteralmente in brodo di giuggiole.

Comincia a creare parole senza senso, con un’intonazione “all’italiana” (il che lo fa sembrare ancora più gay), mi chiede come si dice questa e quell’altra parola in italiano, solo per il gusto di pronunciarla con le vocali apertissime, e infine si mette a cantare a squarciagola “L’italiano” di Cutugno. E non smette più fino alla fine.

La mattinata “ttaliàna” si conclude con caffè di rito (guai a rifiutarlo), scambio di cellulari (“chiamami a qualsiasi ora, così ti dico se c’é gente o no” – da notare il fatto che ero l’unico cliente…), bis di “Ttaliàno Vèro”, e per finire un appello: “Quando torni in Italia, dì a tutti i tuoi amici di venire a tagliarsi i capelli qui!”. “Senz’altro: sarà la prima cosa che farò appena sceso dall’aereo.” Capito, lauré?

‘LAVENDER – FOR MEN’, segnatelo.

To the delight of Laura, I decided to cut my hair. So I went near the house, where there is usually a quiet boy, very fast, who takes 10 minutes to wash, cut, shave, for just 5 JD (= € 4.94, standard price in Jordan).

But I find a bodybuilder (here in Amman, guys are obsessed with bodybuilding – and also steroids, apparently), with a high-pitched voice, too sharp, maybe intentional, and when he finds out that I am Italian, he is literally tickled pink.

Hani (that’s his name) starts creating nonsense words with “Italian” intonation (which makes him look even more gay), he asks me how to say this and how to say that in italian, just for the fun of saying it with the vowels wide open, and then he sings loudly “Italian” by Toto Cutugno. Until he finishes the haircut.

The “ttaliàno” morning ends with a ritual coffee (woe begone if you reject it!), exchange of mobile phone numbers (“call me any time, so I’ll tell you if the shop is empty or not” – note that I was the only customer…), encore of the song “Ttaliàno vero”, and a final appeal: “When you go back to Italy, tell all your friends to come here for a haircut!“. It will be the first thing I do, when I get off the plane.

Got it, Laura? ‘LAVENDER – FOR MEN’, write it down.